C’è crisi e crisi…

Parlare di crisi, della sua durata, del tempo che dovrebbe ancora mancare alla sua fine, dei suoi sempre più improbabili “timidi segnali di ripresa”, della fine del troppo menzionato “tunnel”, tutte espressioni ormai incapaci di descrivere la realtà per quello che rappresenta veramente. Si riempiono i giornali di articoli e articolisti, i talk-show di opinioni e opinionisti, spesso anche di improbabile e impresentabile spessore. L’Italia sembra da tempo tutto un pullulare di economisti, tutti pronti a descrivere “quello che è e che invece non dovrebbe”, ma senza fornire mai soluzioni.

Numeri, statistiche, cartelli colorati che illustrano sintomi, tendenze e improbabili probabilità, semplici fotografie di mali che invece sembrano non avere alcuna possibilità nè diagnostica nè tanto meno terapeutica. Tutti figli di un qualunquismo irrimediabilmente dilagato e verso il quale non abbiamo alcuna difesa, se non quella di dedicarci a distrazioni analgesiche per continuare a ignorare la realtà.

Personalmente credo che quando un male si cronicizza (al bene invece non succede mai) sia onesto, e soprattutto inevitabile, abituarsi a convivere con le conseguenze e i limiti che ogni condizione invalidante inevitabilmente comporta. Evitando con cura inutili metafore dovremmo cominciare a costruirci la convinzione che la crisi non c’è più, non perchè sia finita, ma proprio perchè si è ormai consolidata in misura irreversibile.

E quando questo succede potrebbe significare che il meglio, oppure il diverso, non riaffiorirà più, e che siamo invece in uno stadio ormai avanzato di una mutazione genetica con la quale dovremo attrezzarci a convivere e a sopravvivere. Mercati, forze lavoro, prodotti, servizi, situazioni sociali, tutti da riesaminare, riconsiderare e rivalutare.

Piaccia o no non saremo più quelli che eravamo. Le nostre sono società prigioniere di uno dei più grandi paradossi possibili, all’interno del quale gli anziani percorrono vite sempre più lunghe, ma senza poter essere contribuenti effettivi di esperienze e capacità lavorativa, anzi affaticando invece i costi di una socialità che vede sempre più giovani ritardare l’avvio del proprio impegno lavorativo invecchiando anch’essi, e subendo tutti insieme  un’altra  mutazione, etnico-nazionale questa volta, che anzichè risultare positivamente contaminante accentua invece tensioni e spaccature. I fatturati delle aziende boccheggiano e quindi i costi-lavoro vanno conseguentemente ridimensionati, introducendo magari modulazioni verso il basso di stipendi e retribuzioni, che  diminuiscono ulteriormente il potere di acquisto di persone e imprese e ne aumentano disagi e rinunce.

Agli assicuratori tutto questo deve essere altrettanto chiaro per la liquidità di un mercato che si scompone e trasforma, ma comunque ritraendosi in un imprevedibile impoverimento con il quale bisogna già adesso fare i conti. La polizza auto sprofonderà definitivamente al livello più basso delle commodity sottraendosi alla intermediazione attiva di broker e agenti. Tutto il resto sarà sempre più espressione di semplicità apparente in termini di prodotto (ma potrà mai essere una polizza di assicurazione veramente semplice?) con una forte focalizzazione sul prezzo,
che abbasserà premi e provvigioni. Se la attenzione ai costi, anch’essa per persone e imprese, sarà sempre più esasperata, altrettanto dovrà essere per coloro che di assicurazioni fanno la propria professione. La digitalizzazione deve essere una scorciatoia gestionale in grado di abbattere i costi, altrimenti rimane solo una moda comportamentale che non fa guadagnare chi non ne può usufruire. In questo mercato che diventa un nuovo puzzle, per il quale bisogna trovare con gran rapidità nuovi temi per mantenere e attrarre i clienti, nel quale le motivazioni di acquisto e mantenimento di polizze e contratti sono sempre più fragili e emotive, altrettanto rapidi dovranno essere i canali distributivi.

Comparabili nei volumi di portafogli, comparatori per certe categorie di prodotti, ma tutti facilitatori di disaffezione rapportuale in aumento, si adatteranno a un nuovo porta a porta agile se efficacemente digitalizzato. Vendite allo sportello o on-site da un lato e dall’altro portatori di convincimenti,  inducendo a un acquisto sempre più emotivo ma con una importanza rivalutata della fiduciarietà di chi vende. Fiducia e visibilità saranno due presupposti fondamentali per vendere già domani mattina, attraverso trattative e offerte di sempre più breve durata e di altrettanto più brevi rapporti cliente-fornitore.

E i programmi di aziende e collaboratori saranno altrettanto brevi per essere ancora attendibili, quasi in tempo reale come le nostre ormai altrettanto improbabili previsioni meteorologiche. Per adattarsi a una insicurezza generalizzata che potrebbe essere nuovo generatore di altrettanto nuovi bisogni di sicurezza se saremo capaci di coglierli.

Al contrario di quello che viene criticato nel mondo del capitalismo, quando lo si condanna per un passato ancora presente perchè basato prevalentemente su una sistema di relazione invece che di rischio, gli assicuratori dovranno riaffermarsi nella loro capacità di relazione, mai affabulatoria ma sempre più incisiva e efficace, anche se inevitabilmente costretti a guadagnare sempre meno.

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