Se l’ANIA non parlasse più italiano

“Hic manebimus optime” ,  è questa la citazione con la quale Aldo Minucci, presidente degli assicuratori italiani conferma di voler onorare il mandato ricevuto sino alla sua scadenza del 2014, smentendo definitivamente ogni suo possibile abbandono dell’Ania alla luce dell’impegno  recentemente assunto in Telecom Italia.

Non è dato di sapere se la versione italiana del detto latino, attribuita a un centurione romano e riportata da Tito Livio nella sua Storia romana, corrisponda alla “decisione finale di fermarsi in un posto” oppure a quella di D’Annunziana memoria “siamo qui per restare”.

Poco importa. Contrariamente quindi a quanto riportato da qualche testata non vi sarebbe alcuno spazio per suffragare l’idea di grandi manovre in corso per la successione alla presidenza dell’ANIA.

Eppure cominciava a piacere a molti quella ipotesi di Sergio Balbinot di Generali, collega di Gruppo di Minucci, insediato a Roma al vertice della organizzazione rappresentativa delle Compagnie di Assicurazione. Per noi italiani, continuamente attratti da intrighi e manovre, sarebbe stato affascinante spiare un ulteriore livellamento del management guidato da Greco, attraverso il quale abbassare ancora l’età media dell’attuale  gruppo dirigenziale. Deitalianizzandone ulteriormente la nazionalità, e soprattutto cancellando l’ultima pagina di una lunga storia targata Perissinotto che si vuole, nella migliore delle ipotesi, disconoscere.

Se questo fosse accaduto avremmo avuto la conferma che per Generali l’ANIA rappresenta ancora una golden share fuori discussione, un’area privilegiata nella quale lateralizzare chi, con onori e celebrazioni, viene considerato alla fine della carriera, ma comunque rappresentante di quella  egemonica e quasi dinastica influenza del Leone su scelte negoziali, accordi e contratti nazionali del settore.

Ma indipendentemente da quando e da chi sarà chiamato a succedere all’attuale suo presidente, l’ANIA potrebbe in un futuro non così immaginario esprimersi con lingua diversa da quella italiana. Basta contare quanti sono ormai i capi delle compagnie in Italia provenienti da nazioni diverse dalla nostra, da mercati altrettanto differenziati, a conferma che ormai non conta più una lunga e consolidata conoscenza e frequentazione delle polizze in Italia  per poter degnamente guidare una Compagnia.

E’ il caso di Allianz, di Groupama, di AXA, delle stesse Generali (Greco può ancora considerarsi italiano?) dove, alla testa di Generali Italia,  è atterrato il francese Donnet,  e la lista potrebbe continuare.

Al contrario dei tempi passati, ormai molto passati, non conta più far parte di quei salotti politico-assicurativi che permettevano all’ANIA, e a chi vi ci si sedeva, di condizionare tariffe e polizze, di spartirsi i grandi affari delle aziende di matrice pubblica, di influenzare con carismi di potere le allora reti di agenti.

Oggi i mercati sono globali, tecnologicamente attrezzati e condizionati, con prodotti sempre più standardizzati da processi evoluti, dettati da comuni consulenti, stranieri anch’essi, e che rendono impersonale il governo delle aziende.

I mercati si leggono ovunque e con chiunque leggendone i dati. Le differenze tra settori merceologici e di servizi sono sempre più impercettibili,  emerge e primeggia solo la interpretazione delle abitudini del cliente consumatore, messo al centro di grandi magazzini per scegliere soluzioni già parte di un catalogo di offerta in continuo riassortimento. Numeri, risultati, redditività, ROE e tutto il resto, parlano ormai un esperanto finanziario che nulla ha più a che fare con un italiano diventato così provinciale.

Le stesse lingua ufficiali all’interno delle compagnie sono ormai ridotte alla unicità dell’inglese, così tutti capiscono, leggono le stesse slide, fanno simili roadshow di presentazione agli analisti in giro per le piazze finanziarie altrettanto internazionali.

E’ allora sarebbe tanto improbabile che l’ANIA diventasse luogo dove ai dialetti veneto, triestini e milanesi di una volta si lasci il posto all’idioma dei tanti McKinsey ex-boys che affollano il cosiddetto top management delle compagnie? Potrebbe essere, e se così fosse anche l’ANIA  diventerebbe diversa, e forse  ancora più vicina a quelle banche che già da tempo sottraggono, o contribuiscono con tanti premi e clienti alla raccolta nazionale.

E sarà, l’ANIA, un luogo dove cognomi di desinenze diverse dalle nostre si succederanno rapidamente, perchè altrettanto rapide e brevi sono, e tanto più lo  saranno, le carriere all’interno delle compagnie, dove, al contrario di una volta, esperienza non fa più rima con permanenza, e stuoli di futuri ex-manager riempiranno il verde dei giardini comunali con brevi storie da raccontare.

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