La fantasia del Rischio supera sempre la Prevenzione. E gli Assicuratori?

Anche in queste ultime settimane abbiamo avuto la triste ma inevitabile conferma che gestire i rischi significa tentare di superare “la loro conclamata superiore fantasia”. In questa sintesi la qualità principale di chi i rischi deve con tutti i mezzi tentare di gestirli e prevenirli, e anche, e forse soprattutto, di coloro i quali i rischi sono chiamati a inglobarli all’interno della concretezza contrattuale delle polizze assicurative.

Viviamo un’epoca nella quale sempre più spesso le strategie di sottoscrizione nelle compagnie di assicurazione sono affidate più prevalentemente a una visione attuariale che a esperienze di valutazione delle caratteristiche di contesto, ambientale, tecnico, sociale e di ogni altro elemento che permette di differenziare i rischi di massa, già inquadrati in matrici di rispettabile storicità e misurabilità, dagli altri, non ancora, non più, non sempre, modulabili da remoti calcoli matematici.

Le due visioni certamente non confliggono, anzi, devono però ritrovare quella capacità di esercitare un favorevole contrappeso reciproco, in modo da ottimizzarne per quanto possibile gli effetti.

Ecco che entrano allora in campo le capacità di chi,  territorio, intermediario, cliente, condizione imprenditoriale e sensibilità alla prevenzione da parte del cliente stesso, li conosce e pratica veramente. Con occhio attento e confortato da esperienze e stimoli professionali frutto di visioni fatte da tempi lunghi di dubbi,soluzioni e  contraddizioni, sia subite che superate.

Queste le caratteristiche di chi viene, o veniva,  comunemente definito come assuntore in assicurazioni. Certamente ragionare con il senno del dopo è sempre un esercizio tanto banale quanto inutile, si considerano variabili singolarmente ovvie ma complessivamente capaci di generare catastrofi e tragedie.

Assumere rischi legati all’esercizio di linee ferroviarie di cosiddetta Alta Velocità potrebbe ad esempio  indurre a ritenere che esse siano il trionfo di altrettanto alte tecnologie, automatismi e sicurezze, salvo poi a rendersi conto, quando ormai il convoglio è ridotto a un ammasso di lamiere deformate, che il superamento ripetuto, prolungato, impavido e delinquenziale dei limiti di velocità non sottostà ad alcun sovrasistema  di rilevazione e di altrettanto automatiche reazioni di inibizioni della follia del singolo. Sarà stato valutato al momento della assunzione del rischio?

E’ delle ultime ore il dolore nazionale del più grande disastro stradale italiano, nel quale si sono concentrate ipotesi di concorso nella causalità del sinistro che partono dalla eventualità di una committenza superficiale o tradita, passando attraverso la soggettività di reazioni e condizioni di un conduttore del mezzo, per concludersi con la necessità di approfondire se la gestione autostradale abbia mantenuto strutture e protezioni in maniera adeguata.

Non si tratta di una solo apparente retorica del dopo sinistro, bensì di occasione di riflessione su quanto la gestione del Rischio meriti ancora risorse, energie e attenzione, che, in assenza di altrettanto adeguata sensibilità e consapevolezza, vengono ancora catalogate in voci di spesa inutili e contrarie a una efficace concorrenza di prezzo di prodotti e servizi.

In tutto questo vorremmo la emersione della funzione sociale delle assicurazioni coinvolte, con i loro marchi e le loro coperture, non più coperte da un solo apparente diritto alla riservatezza, padre del loro sussistente anonimato, per far capire alla gente che non è sempre vero che “l’assicuratore incassa e non c’è mai quando serve”, ma che invece risarcimenti e protezione, nel rispetto delle rispettive  forme e sostanza di copertura, possono superare anche il più nefasto imprevedibile.  A difesa di persone e imprese.

Questo per suggerire, a chi può forse esercitare una qualche forma di influenza positiva nel nostro settore, di aiutare a guadagnare trasparenza, magari anche attraverso una rieducazione dei media, che di assicurazione parlano solo per condannare e mai per raccontare, perchè i racconti hanno talvolta anche degli epiloghi positivi, e varrebbe forse la pena di farli conoscere.

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