IL RISCHIO NON E’ PIU’ IL MIO MESTIERE

Ho postato negli ultimi giorni tre filmati di animazione incentrati sulla divulgazione del rischio, inteso come governo di situazioni potenzialmente portatrici di pericolo, sui luoghi di lavoro e non solo.

Si è trattato di uno spunto figurativo per portare la attenzione di chi legge alla necessità per tutti gli assicuratori di riappropriarsi del proprio ruolo naturale, e cioè di gestori del rischio anziché di semplici venditori di prodotti, prodotti che quasi casualmente contengono al proprio interno la soluzione di copertura di qualcuno dei rischi che ognuno di noi incontra per il semplice fatto di esistere, lavorare e spostarsi.

In un momento molto affollato di incertezze sulla propria identità professionale, è bene che gli intermediari assicurativi, e in modo particolare gli agenti, riflettano sulla naturale caratterizzazione del proprio essere solutori e preventori di problemi legati al rischio, per sganciarsi utilmente da una rincorsa al prezzo più basso, inevitabilmente soccombente nella vendita delle polizze.

Indipendentemente dal marchio, rappresentato o indirettamente disponibile, l’assicuratore di spessore professionale riconoscibile deve partecipare alla vita dei propri clienti in termini di facilitatore della comprensione dei rischi, che tutti attraversiamo all’interno delle nostre attività personali e operative.

Nello scrivere e discutere molto della distanza dei nostri connazionali dalla spesa assicurativa  di altri Paesi, si sottolinea giustamente, da un lato la forte presenza del welfare pubblico nel provvedere attraverso le nostre istituzioni sociali al soddisfacimento dei bisogni primari di copertura previdenziale e sanitaria, e dall’altro di come da noi non sia ancora radicata la cultura della prevenzione dei rischi.

Nel rilevare questa consistente fragilità culturale si invocano iniziative educative a livello scolastico, campagne pubblicitarie para istituzionali e ogni altra forma praticabile di persuasione e informazione, affinchè la consapevolezza del rischio e della sua prevenzione sia un fatto innaturato nelle nostre future generazioni, e magari anche in quelle che le precedono.

Tutto vero e tutto giusto, ma si evita di dare una risposta onesta alla domanda principale, e cioè “chi ha trascurato questa funzione di radicalizzazione della cultura del rischio?

Credo che il dito vada puntato verso, e non semplicemente contro, la categoria degli assicuratori tutti, compagnie e intermediari.

Vale certamente la premessa che nel nostro Paese rischio e sicurezza fanno parte da sempre di un vocabolario prevalentemente normativo e legislativo, fatto di astrusità nella lettura delle prescrizioni e della loro applicabilità, nelle quali prevale la sanzione e la responsabilità, e per le quali si demanda a uno sparuto stuolo di esperti l’assolvimento degli obblighi che ne conseguono, secondo una banale logica di adempimento, ancora molto distante dall’essere una palestra formativa di mentalità e non di banale e temuta repressione .

I rischi sono anche tutto questo, ma non solo questo.I rischi sono soprattutto le occasioni di valutazione della loro sostenibilità, della loro necessità di trasferimento a un terzo provveditore di nome e di fatto, l’assicuratore.

Gli intermediari assicurativi sono da anni relegati al ruolo di semplici venditori di polizze, per lo più progettate con una rigida struttura contrattuale che, con il pretesto della offerta multigaranzia, non permette alcuna flessibilità diversa da ridotte possibilità di sconto, e comunque sempre contingentate dalle compagnie.

Piaccia o non piaccia soprattutto agli agenti (e si sa quanto a loro non piaccia il termine venditori) il processo di vendita si identifica con la riconoscibilità delle caratteristiche del cliente nella gamma dei prodotti offerti dalla propria compagnia.

La cosiddetta attività di offerta di consulenza consiste semplicemente nella scelta a favore del proprio cliente del prodotto maggiormente compatibile tra quelli a catalogo,  e solo nella rara ipotesi che la possibilità possa essere plurima per la conseguente numerosità delle soluzioni offerte dalla stessa compagnia.

Inevitabilmente una attività di vendita con queste caratteristiche abitua il venditore a familiarizzare con catalogo e prezzo, anziché con valutazione del rischio in termini maggiormente professionali.

Anche in questo caso giova a nulla individuare vittime e colpevoli, la situazione è ancora una volta figlia di una accondiscendenza condivisa nel tempo tra intermediari e compagnie, e in quanto tale scelta da rispettare.

Risulterebbe impensabile far tornare ai tempi attuali le antiche proposte di assicurazione e con loro le altrettanto antiche tariffe, in altri tempi articolate in maniera talmente complicata da dover essere interpretate e applicate solamente da assuntori di compagnia di consolidata esperienza, che ne esercitavano il potere risolutivo verso stuoli di agenti riconoscenti.

Erano pochi gli agenti capaci di influenzare le scelte di tassi e condizioni degli assuntori, ci riuscivano quelli rappresentanti  dimensioni di portafoglio ragguardevoli e capaci di riconoscibile autorevolezza nella descrizione e valutazione del rischio proposto.

Al giorno d’oggi, estinti gli assuntori  sostituiti dai miglioramento dei processi, grazie al progresso tecnologico informatico e alla esclusiva prevalenza delle valutazioni attuariali, è inevitabile la struttura fondamentalmente distributiva dei prodotti assicurativi.

Riappropriarsi della cultura del rischio, della sua analisi, della sua divulgazione a ogni occasione possibile, è un investimento culturale e economico che necessariamente gli intermediari devono mettere in campo. Per divaricare la forbice prezzo-prodotto a favore di competenza reale, e non solo facilmente pronunciata. Imponendo alle compagnie (ammesso che ne siano ancora capaci) di essere altrettanto realmente partner di una salto nella sostanza e nella immagine, verso una migliore e più sostenibile qualità dell’intero sistema assicurativo.

Attraversare momenti di crisi come quelli che siamo ormai stanchi di pronunciare può diventare meno complicato se accentuiamo una visione concreta di quella Società del Rischio che gli assicuratori hanno da tempo ormai affidato solamente ai libri di sociologia.Il governo del rischio, ossia il risk management, non è argomento riservato a grandi aziende e a grandi e complesse soluzioni.

La Società del Rischio è il risultato di una serie di medi e micro rischi che si incatenano in una complessiva appartenenza, di singola e facile individuazione.

Laddove esiste il Rischio, e ogni comportamento umano è una condizione potenziale di generazione di rischio, deve esistere un assicuratore capace di interpretarlo.

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