L’eterna sala di attesa degli assicuratori.

Il comparto  assicurativo si sta distinguendo per una lenta e costante attesa che caratterizza ormai da tempo tutto il settore.

Vale per i tempi che la fisiologia di alcuni provvedimenti presuppone. E’ il caso del “Contratto base RCAuto presentato il 14 febbraio scorso, per il quale l’allora Ministro Passera annunciava che “La misura, per entrare a regime, necessita di 45 giorni per ottenere il parere del Consiglio di Stato e di 30 giorni per la registrazione in Corte dei Conti (per la messa a disposizione del contratto anche online serviranno altri 60 giorni)”, in totale quindi 135 giorni che fanno salire la attesa al prossimo luglio.

Vale per la recente obbligatorietà di assicurazione infortuni per gli avvocati e praticanti tutti, prevista da Gennaio 2013 e per la quale “le condizioni essenziali e i massimali minimi delle polizze sono stabiliti e aggiornati ogni cinque anni dal Ministro della giustizia, sentito il CNF” devono ancora essere definite.

Vale per la ormai nota Legge Balduzzi, e per la conseguente disciplina di procedure e requisiti dei contratti assicurativi di RC professionale obbligatoria da emanare entro il 30 giugno 2013.

Vale per le tanto sussurrate nuove tabelle per  il risarcimento del c.d. danno biologico permanente, ma non ancora pubblicate. E probabilmente vale per altre definizioni normative o regolamentari che lettori più diligenti di chi scrive potranno forse ricordare.

Le polizze sembrano interessare la pubblica opinione solamente se si tratta di “caro tariffe RCAuto”, quando in realtà è il settore intero degli assicuratori a meritare una attenzione diversa da quella banalmente censoria, verso una categoria che viene sempre pregiudizialmente considerata come il gabelliere per eccellenza.

In una Italia che desertifica quotidianamente nuove attività commerciali, artigianali e industriali, che intravede una latenza di tensione sociale che si spera ancora priva di inneschi pericolosi, che auspica un sensato accordo capace di affidare a un nuovo governo, in queste ore appena individuato, un futuro capace di allontanare la continua emergenza che non fa quasi più notizia, gli assicuratori sono ancora vittime di una iconografia negativa.

Quasi tutti ignorano che dietro a ogni serranda e cancello che chiude definitivamente sogni, speranze e ricordi di variegata imprenditorialità ci sono polizze assicurative che si cancellano. E a ruota gli Intermediari che le gestivano, e che quindi legittimamente ne ricavavano la rispettiva parte di ricavi nel dare senso alla propria professione, vedendosi ridursi provvigioni e prospettive di mantenimento e sviluppo delle proprie attività.

E aumenta la attesa per norme che dischiudano nuovi spiragli di affari, e per clienti meno distratti verso le coperture che a loro dire sottraggono risorse a esigenze solo apparentemente più concrete nel quotidiano.

E dietro alle ormai tante polizze cancellate cominciano (o forse continuano?) a contrarsi tanti posti di lavoro che gli uffici degli Intermediari assorbono.

E poi ci sono le Compagnie, sempre più conglomerate e sempre meno dedicate alle persone, che attraverso fusioni, accorpamenti, razionalizzazione delle reti di distribuzione, dei marchi storici, che vengono anch’essi annullati in nome di economie di logo e di costi,  prospettando quei “recuperi di redditività” che altro non sono che riduzione di risorse impiegate. Dentro i palazzi delle direzioni e fuori nei territori, di dipendenti e intermediari.

E tutto questo pesa numericamente 105.128,5 milioni di euro, come ci resoconta l’IVASS nel pubblicare i dati della raccolta premi del 2012,

La raccolta premi realizzata complessivamente nei rami vita e danni dalle imprese nazionali e dalle Rappresentanze in Italia di imprese extra S.E.E. durante l’anno 2012 ammonta a 105.128,5 milioni di euro,con un decremento del 4,6% rispetto al 2011 (-7,4% in termini reali che segue al -12,5% rilevato in tale anno rispetto al 2010 quando l’ammontare della raccolta premi aveva raggiunto il massimo storico)

Gli assicuratori sono invece considerati ancora portatori di benessere improprio, negando ulteriormente la loro funzione sociale, spesso fraintesa con un parassitismo da contenere o eliminare.

Banale demagogia? Forse, ma poi non così tanto se fossimo stati capaci tutti, intermediari e compagnie, di affermare la valenza economica del settore, con le conseguenti ricadute occupazionali nell’esercitare un ruolo che sociale è e lo sarà sempre più.

Quello del sociale è un rimpianto che in ogni occasione pubblica viene dagli assicuratori commemorato e rivendicato, ma  le commemorazioni servono a rispettare le ricorrenze e i rimpianti a mascherare la incapacità, o impossibilità indulgente, di porre in atto azioni efficaci per ottenere un risultato confacente.

Ancora una volta è l’immagine che la gente ha dell’assicuratore a portare un conto avaro di soddisfazioni.

Ma in un’epoca ormai lunga, nella quale le immagini si possono costruire anche non possedendo tutto lo storico e concreto sottostante patrimonio economico, tecnico e sociale che gli assicuratori hanno, continua a essere imperdonabile questo vuoto di immagine socialmente assicurativa.

Ribaltare tutto questo significa però attrezzarsi con ferma volontà per costruire una solidarietà di settore, compagnie e intermediari, in grado di togliere spazio a ogni residuale corporativismo contrapposto. Affacciandosi al nuovo senza resistenze, accompagnandolo con intelligente anticipo, relazionandosi con i propri clienti adattando strumenti e modalità alle nuove tendenze sociali.

Il ruolo sociale non deve essere frainteso con benefattore, ma riaffermato come  rinnovato protagonismo in una società che cambia, avendo il coraggio di cambiare in proprio, aprendosi anche verso rinunce solo apparenti.

E con la consapevolezza che inevitabilmente i futuri assicuratori saranno meno di quelli del passato, ma con molti più rischi da gestire nel modo migliore.

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