C’erano dei vecchi tarli a Trieste…

Dicono che a Trieste ci siano centinaia di vecchi tarli ordinatamente in fila in Piazza Duca degli Abruzzi,  in uscita dal palazzo dove ha  sede  Generali.

Minimamente risentiti per lo sfratto subito ma non imposto, accettano con asburgica dignità la rivoluzione di ottobre che ha decretato la loro estromissione.

Lontani dai parquet ancora scricchiolanti a ogni passo di impiegati grigi e adempienti, dalle stanze e corridoi che hanno visto generazioni di dipendenti che come Kafka hanno vissuto l’orgoglio della tradizione, del potere mai raccontato,  rappresentato da una gerarchia sempre rispettosamente  rivolta verso i livelli superiori, pronta ad eseguirne gli ordini senza troppo discutere, rami immutati di una struttura verticistica che è da sempre  espressione  di influenza nazionale e di presenza internazionale.

In un palazzo che rappresenta uno dei luoghi simbolo di una città che vede ancora nelle Generali l’ultima traccia di un passato ormai remoto, che legittima rimpianti e antichi orgogli di un impero assicurativo che parlava sì molte lingue, ma tradotte sempre da quella triestinità che ne aveva contraddistinto gli interni accenti, e il luogo di nascita della parte più numerosa dei suoi occupanti.

I tarli si sa non sopportano i cambiamenti, perchè non li possono vivere, perché devono fare spazio a mobili e arredamenti di materiali compositi diversi dal vecchio caro legno di una volta,  a tecnologie sostitute degli inchiostri dei primi contratti meticolosamente riportati su registri ancora scritti a mano.

Finiti i tempi nei quali lavorare in Generali inorgogliva le famiglie dei giovani aspiranti assicuratori, che vi arrivavano dopo un fortunato e spesso sottopagato esordio in una delle tante sedi estere del Gruppo, a far gavetta di rischi e di lingue. Per fare poi orgoglioso ritorno nella città madre, a godersi il primo gradino di una lunga ma solida carriera all’ombra di S.Giusto e davanti al più bel golfo della vecchia cara Europa.

Senza mai scalpitare per una promozione ritardata, perché in Generali ha sempre prevalso l’ordine di saper attendere, di operare con “prudenza ma fermezza”, senza scossoni  per non dover cadere vittime di una raffica improvvisa di Bora.

I tarli se ne vanno perché sanno essere previdenti, perché temono di essere dimenticati all’interno di qualche grosso container se di futuri traslochi si dovesse trattare, magari verso quei grattacieli milanesi ancora in costruzione dove i nuovi manager potrebbero preferire spostare la propria sede.

L’hanno già visto fare da parte di altri altrettanto vecchi cugini tarli, che vivevano in un palazzo ormai definitivamente vuoto e abbandonato,  forse ancora più bello e storico di quello delle Generali, in quella Piazza della Repubblica a Trieste dove la vecchia RAS faceva finta di fare la concorrenza alla cugina Generali di appena pochi anni più anziana.

E proprio in quella vecchia RAS l’attuale unico e incontrastabile Group CEO di Generali ha scoperto il mondo delle polizze, nel quale ha portato l’illuminismo ormai imperante del mondo della consulenza, della evoluzione di processo,  per migliorare costi e profittabilità a scapito del numero di dipendenti ancora a libro paga.

E in quel allora nuovo mondo ha portato le altrettanto nuove e inflessibili regole della globalizzazione, dove tradizioni, tracce del passato, l’autentico senso di appartenenza per storia vissuta e non per corsi indottrinanti, hanno obbligatoriamente ceduto il posto a schiere di manager provenienti da altri luoghi e marchi, omologati da Blackberry e videoconferenze.

Mondo dove ormai gli auguri di Natale è meglio farli per mail o con un comodo pdf, nel quale con decisioni di McKinseyana risultanza e repentinità vengono rimossi amministratori delegati e vertici della passata gestione, per obbligarli a responsabilità dirette di un business  sempre più accanito. Dove per squadra si intende un gruppo di corresponsabili pronti alle sfide più dure di reciproca sopravvivenza, nella quale le caselle ancora vuote di nuovi organigrammi saranno occupate da altrettanto nuovi immigrati di altre aziende, anch’essi con poca storia e tradizione.

Mobili quel che basta per non essere zavorra nelle decisioni sempre più rapide, tra una e l’altra apertura di borsa, da un capo all’altro dei continenti. Così si da migliore senso alla brusca spianata della piramide organizzativa precedente, necessaria per assimilarsi alle internazionali conglomerate finanziario- assicurative   con le quali misurarsi ogni giorno, per intercettare milioni di individui e clienti ai quali offrire nuove sicurezze e rendimenti.

Mentre i dipendenti di matura memoria ancora in attività stanno a guardare, contando gli anni che  li separano da quella età  che permetterà loro di godersi i bagni d’estate nel più bel golfo di Europa e i concerti al Verdi o al Rossetti.  In barba a ogni possibile globalizzazione e al suono della marcia di Radetzky, che a Trieste come a Vienna celebra l’inno di un nuovo anno migliore.

E i tarli continuano la loro marcia, sempre in fila e ordinati, alla ricerca forse di un museo dove dove far rivivere ancora antichi scricchiolii e vecchi ricordi, sperando di non essere invece costretti ad accontentarsi della globalizzazione dei mobili dell’Ikea.

Un pensiero su “C’erano dei vecchi tarli a Trieste…

  1. Accidenti …Mario!! Credo che anche ai tuoi lettori, siano stati semplici turisti o come me residenti in questa bella e complessa citta’, le parole e i dettegli storici da te citati abbiano fatto rivivere i vecchi ma sempre orgogliosi tarli. Le tradizioni e i valori sono punti di appoggio per le nuove generazioni che restano in perenne attesa di una conferma di richiesta di amicizia. Trascorrere qualche momento di confronto con gli amici, in una delle storiche Osterie del centro e’ e restera’ un momento da dedicare al naturale riequilibrio delle energie. E verso il tardo pomeriggio, i dirigenti delle Compagnie menzionate sono li’, a discutere di regolamenti, sinistri e nuove opportunita’. A rivederti a Trieste. AD.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...