Convivere con la paura il giorno dopo l’agguato a Milano. La nuova frontiera del Rischio.

Diventa incredibilmente semplice fare della paura un elemento della nostra personale normale quotidianità. E quando aggettiviamo come normale un sentimento che dovrebbe invece rappresentare  l’inusuale, l’eccezionale, allora significa che abbiamo superato lo stesso limite che la  paura ci dovrebbe imporre.

Il riferimento è evidentemente al fatto criminale accaduto ieri sera a Milano, non solo ( e certamente sarebbe ampiamente sufficiente ) in quanto tale, ma perchè è avvenuto esattamente dietro l’angolo del palazzo in cui abito e davanti al residence dove mia moglie e io abbiamo stazionato per settimane in attesa che i lavori della nuova casa milanese fossero ultimati.

Perchè proprio ieri sera abbiamo deciso di prendere il tram, che ci avrebbe portato a un concerto da tempo prenotato, alla fermata più arretrata rispetto a quella più logica per il nostro indirizzo. E per fare questo non abbiamo attraversato l’incrocio dal qual si diparte la strada dell’agguato omicida, esattamente 120 secondi dopo quanto era già accaduto.

E quando dal tram osservavo il lampeggiare bluastro delle due macchine della polizia in sosta davanti alla banca che prelude alla via Muratori pensavo che avessero colto qualche segnale di allarme o qualche problema al locale del Bancomat.

Quando questa mattina il primo notiziario radio della mia giornata ha annunciato quanto invece era successo non ho provato angoscia o sollievo per il mancato coinvolgimento personale, ho semplicemente catalogato la notizia con quasi abituale neutralità.

E’ accaduto nella stessa misura quando i telegiornali ci hanno ampiamente raccontato di quella altrettanta esecuzione a Terracina in pieno giorno, in una strada animata da normali  bagnanti ferragostani che occupavano le proprie vacanze famigliari alla ricerca di riposo e tranquillità. E noi ce ne stavamo assolutamente tranquilli, medesimi vacanzieri di mare a meno di venti chilometri di distanza dal luogo del delitto.

E poi di questi fatti diventano piene le chiacchiere del bar del giorno dopo, dove tra un cappuccino e una brioche ognuno dà la propria versione dei fatti di altri, di altre vite sottratte alla più banale normalità: il diritto presunto alla comune sopravvivenza.

Come in ogni ambito diventa preoccupantemente normale ciò che prevale numericamente, beffandosi di valori oggettivi che invece, come la vita umana, la libertà, la salute, il libero pensiero, dovrebbero permettersi una indiscutibile e inviolabile  intangibilità.

Il rischio come sempre ha molta più fantasia delle nostre convinte certezze, supera l’immaginazione, urla la sua supremazia. Il rischio naturale fa spesso della geografia un elemento concorrente per aumentare cause e effetti, ma non ne fa elemento distintivo in termini di diversa sicurezza.

Il rischio criminale nasce dalla volontà dell’autore, dalla perversa volontà di fare, sottrarre o sopprimere, e anche stupire. Affermando la tracotante baldanza della spavalda impunibilità, troppo spesso reale e ingiustificata.

Come è successo ieri sera a Milano, all’ora di quel happy hour assurto a rito metropolitano quasi ovunque, e tantopiù a Milano. Affermando ancora una volta che la delinquenza è ormai definitivamente uscita da quelle realtà, un tempo solo provinciali, che ne hanno tenuto a battesimo le origini e i nomi, per darci la certezza di una mappa ormai anch’essa glabalizzata all’interno della quale perseguire, colpire, sottrarre vite e interessi, senza distinzioni di aree di mancato o dovuto rispetto.

E’ la nuova caratteristica del rischio criminale, le cui accidentali conseguenze coinvolgono altrettanto spesso innocenti esistenze e anche contratti assicurativi. E’ la nuova geometria variabile della sociologia del rischio.

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