Il naufragio della Costa Concordia. Una lezione ripetuta troppe volte da ogni assicuratore.

E’ impossibile per ogni assicuratore sottrarsi dallo scrivere una riflessione su quanto è accaduto all’Isola del Giglio.

E’ per fortuna non difficile rallegrarsi che il naufragio sia avvenuto in condizioni di mare non proibitive, motivo per cui il numero dei superstiti è percentualmente elevatissimo. Che il naufragio non sia avvenuto durante il periodo estivo, all’apice della stagione delle vacanze, e quindi con l’impossibilità della accoglienza ricettiva improvvisata della quale invece gli abitanti dell’isola hanno dato splendido esempio.

Così come è altrettanto impossibile non constatare, come ognuno ha potuto ricavare dalle molte cronache che ancora continuano a essere in diretta, quanto sia talvolta incolmabile la distanza tra una tecnologia che ridonda di strumenti di rilevazione di tutto quanto sia ragionevolmente rilevabile e la condotta dell’essere umano, che vi si affida con supponenza e sufficienza pensando anche di poterne fare a meno.

Esistono strumenti che leggono i fondali e i banchi dei pesci che vi risiedono con la precisione di una sardina, ma si vuole far credere che uno scoglio diventa trasparente per qualsiasi treno di onde di rilevazione emesso dagli ecoscandagli. Si racconta che le carte non dettagliavano la causa dell’impatto, quasi che la cartografia impiegata fosse di proprietà esclusiva di quell’equipaggio, e non invece confrontabile con tutte le altre cartografie impiegate dagli altri naviganti.

Si racconta che in tanti dei  passeggeri fortunatamente superstiti, troppi, hanno riscontrato l’impreparazione di parte dell’equipaggio nella conoscenza delle procedure e attività di salvataggio, unitamente alla altrettanto imperdonabile incapacità di comunicare in maniera intelleggibile le istruzioni da impartire a oltre 4.000 persone terrorrizzate, che dovevano essere evacuate in sicurezza e rapidità.

Si racconta di due ufficiali, il comandante e un ufficiale di coperta, ridotti in stato di fermo con la accusa tra le altre di aver abbandonato la nave almeno sei ore prima del completamento della evacuazione dei passeggeri. Vergognoso esempio, se corrispondente al vero,  di inqualificabile oltraggio alla reputazione della marineria italiana e non.

Si racconta di un fuori rotta per una stupida e inconcepibile sbruffonata fatta  allo scopo di farsi spavaldamente notare da qualcuno altrettanto inqualificabile in attesa sull’isola, dimenticando la responsabilità di qualche migliaio di persone, equipaggio e passeggeri, affidate dall’armatore a chi ne doveva garantire la piena incolumità.

Si deve ancora raccontare del rischio di dispersione del carico e possibile inquinamento conseguente, delle pesanti difficoltà tecniche per il recupero, se possibile, del relitto, oppure in caso contrario del danno irreparabile a carico della economia turistica dell’isola.

E naturalmente dietro a tutto questo ci sono degli assicuratori che verranno chiamati a risarcire, a rispettare nel dovuto e nel non dovuto i relativi contratti di assicurazione, comunque appesantendo le economie future dei premi delle assicurazioni corpi.

Tutto ciò che è ragionevolmente prevedibile può essere oggetto di interventi di prevenzione del danno di consistente efficacia” raccontiamo in tanti di noi, professionisti di quella cultura del rischio che ci impegna anche in proselitismi e testimonianze didattiche nelle aule di formazione.

Ma poi c’è l’essere umano, che troppo spesso pensa di poter fare a meno del rispetto e conoscenza di norme e procedure, ma soprattutto della esperienza necessaria a non allentare mai la attenzione su quanto ragionevolmente e irragionevolmente può superare la propria arrogante presunzione.

La sicurezza non è certezza, bensì umile e costante disponibilità nel mettere in discussione tutto ciò che può stare all’interno di quella bolla di imprevedibilità che passa sotto il nome di Rischio, e che diventa pericolo e colpa imperdonabile se innescata da comportamenti personalmente irresponsabili.

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