Ancora una “beffa” delle assicurazioni: ma sarà poi sempre vero?

 Nella pagina del Corriere della Sera di venerdi 7 ottobre 2011 dedicata alla sezione  Idee&opinioni  qualcuno avrà letto l’articolo a firma   Nicola Saldutti   intitolato  Caveau, Privacy e Sicurezza Rischio e Beffa delle Assicurazioni.

Vi si racconta di  un certo signore  che vent’anni fa ha depositato in una cassetta di sicurezza della sua banca  “13 chili d’ oro e 9 di platino”  per “garantire il futuro dei suoi figli” e di come, successivamente a una rapina (o come più probabile di un furto, i giornalisti si sa non sempre sono così attenti alle differenti rubricazioni dei reati penali) subita dalla banca depositaria proprio all’interno dei suoi caveaux, scopra di avere diritto a un risarcimento di soli 5.000 euro a fronte di un valore raccontato del suo tesoretto di 800.000 euro.

L’articolo intrattiene genericamente il lettore sulle caratteristiche del contratto di custodia che le banche abitualmente offrono attraverso l’uso delle cassette di sicurezza. Ogni banca prevede nei propri contratti un limite alla propria responsabilità, che varia da istituto a istituto.

Tale limite si applica al  danno dovuto per l`inadempimento dell`obbligo, da parte della banca,  di tutelare il contenuto della cassetta: obbligo che è da ritenere svincolato dal valore degli oggetti depositati, in virtù della segretezza garantita alle operazioni dell’utente. Il limite di responsabilità proposto al cliente è coperto da una polizza di assicurazione, e che ogni assicuratore ben conosce,  che può essere elevato con la corresponsione del rispettivo supplemento di canone alla banca.

Come tutti sanno, quindi, l’assicuratore non ha alcun rapporto contrattuale con il depositante, depositaria è la banca, che risponde della perdita di quanto depositato salvo che provi il caso fortuito, e che provvede a contrarre autonomamente  una copertura assicurativa.

L’argomento della responsabilità delle banche nella custodia è discusso da anni e oggetto di una già numerosa giurisprudenza, l’ultima e forse più suggestiva delle quali è la Sentenza n. 19363/2011 della Corte di Cassazione,  con la quale viene stabilita  la mancanza di responsabilità della banca depositaria,  poichè il furto, in quella fattispecie, si era realizzato con  l’uso da parte dei ladri di sofisticate tecniche di neutralizzazione degli impianti di sicurezza.

Questa frettolosa premessa per sottolineare come ancora una volta si metta l’assicuratore in prima pagina ogni qual volta si pensi di poter sottolineare una sua partecipazione responsabile a un fatto negativo, o presuntivamente vessatorio che sia, e sempre  a danno del consumatore.

Vorrei chiedere all’autore dell’articolo di quale beffa assicurativa stiamo parlando. Ma purtroppo  sappiamo tutti che da un tempo troppo lungo l’aggettivo assicurativo viene sempre associato a colpe, responsabilità e ingiustizie addirittura sociali.

Gli assicuratori di colpe e responsabilità ne collezionano sicuramente molte, ma certamente meno di quante ne vengano attribuite da una sorta di ricorrente contro demagogia assicurativa esercitata dai mezzi di comunicazione.

Ai giornalisti le assicurazioni non piacciono, e così a tutti i loro tanti lettori, che continuano a confondere i premi con i sinistri in un frullato terminologico all’interno del quale la figura dell’assicuratore in generale, e dell’agente di assicurazione in particolare, rappresenta sempre il centro di gravità di prevaricazioni, esosità e ingiustizie.

Questa considerazione per suggerire agli intermediari, che giustamente si pongono ogni giorno l’inquieto interrogativo del proprio futuro professionale, di continuare a fare con documentabile professionalità il proprio mestiere, ma di pretendere anche da parte di chi li rappresenta e di chi a loro volta rappresentano, e cioè le compagnie, di reagire quando vengono accusati ingiustamente. 

La perdurante mancanza di questa capacità reattiva nel testimoniare “ogni cosa ben fatta” farà sì che i nostri clienti continuino a coltivare ragionevoli dubbi sulla efficacia, costi e ragione d’essere di questa  professione.

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