Della sicurezza non si può mai fare a meno, nemmeno a Barletta.

La rappresentazione della tragedia di Barletta da parte di tutti i media mostra ancora una volta come le notizie di cattiva reputazione vengano ostinatamente raccontate puntando i riflettori in una unica direzione. In questo caso si tratta esclusivamente del lavoro cosiddetto  in nero, che sembra essere l’unico protagonista e  contemporaneo autore del dramma che si è consumato sotto quelle macerie.

Anche un assicuratore ha buoni motivi per riflettere e soffermarsi con alcune considerazioni su argomenti che lo trovano spesso coinvolto.

Sembra, e il condizionale è ancora rigorosamente d’obbligo, che il crollo sia stato determinato non da cause definibili endogene, bensì da interventi di scavo che insistendo su una area contigua hanno impropriamente abbattuto muri o pareti di sostegno, che hanno irreparabilmente compromesso la staticità del fabbricato.

Se così è stato colpe e responsabilità risiederebbero in capo a chi ha eseguito questi lavori, a coloro i quali li hanno commissionati, a coloro i quali li hanno preventivamente autorizzati, a coloro i quali sono intervenuti successivamente all’avvio dei lavori per verificare eventuali compromissioni di stabilità,  così come sembravano denunciare crepe, fessurazioni e scricchiolii raccontati dagli stessi media.

E dietro o a fianco di queste eventualità responsabili potrebbero esistere polizze di assicurazione, adeguate o no, in vigore oppure no, comunque strumenti contrattuali da investigare e eventualmente da azionare. Ma di questo nessuna informazione ancora pubblicizzata, e  soprattutto nulla in ordine al presumibile  albero delle responsabilità ugualmente ipotizzabili.

A questo si aggiungono considerazioni di carattere generale in tema di sicurezza: tutti noi abbiamo potuto vedere in quali condizioni di disordinato ammasso di materiali e attrezzature vengono svolte quelle che sono state descritte come operazioni manifatturiere terziste.

Molti degli assicuratori di prolungata esperienza, compreso il sottoscritto, potrebbero raccontare centinaia di esempi vissuti per i quali sono state rifiutate prestazioni di garanzie assicurative di qualsiasi tipo per quel genere di contesto.

Polizze rifiutate convincendio l’intermediario di turno che per  “quel buon rischio” la probabilità aveva già abbracciato la certezza dell’accadimento.

Rischi che abbiamo visto e valutato respirando l’odore di sfridi e ritagli, di tanto cartone e plastica e prodotti, tutti a comporre un disordine perfetto per ostruire ogni finestra, ogni via di accesso e fuga alternativa alla principale, oltre che l’ormai unico e improbabile estintore, revisionato anni prima e certamente non più funzionante, ma pur tuttavia simbolo inutile di una ostentata formale adempienza a norme per lo più sconosciute.

E se questo rifiuto viene opposto da un assicuratore non si riesce a comprendere come mai gli organi di controllo ufficiali, e a questa sorveglianza preposti,  non abbiano censurato, sanzionato e inibito questi ambienti lavorativi.

Vero tutto questo è facile comprendere che lo svolgere in queste condizioni attività remunerate in nero sia totalmente ininfluente verso i rischi collegati  alle condizioni ambientali. Non si tratta a mio parere di diversa forza contrattuale a fronte di diversa modalità di remunerazione, in questo imprenditori e operai sono ugualmente vittime di un sistema che detta le regole del prezzo, a ogni costo. Sotto quelle macerie giacevano subordinati e figli del datore di quel tipo di occasione lavorativa.

E sono  spesso proprio quelle occasioni lavorative, offerte e accettate consapevolmente tra chi propone e riceve , le quasi uniche risorse economiche locali, a conferma che la crisi, prima di diventare disperazione, fa andare bene e meglio anche quello che  solo a posteriori diventa intollerabile.

E’ il sistema che impone il costo massimo al di sopra del quale diventa impossibile costruire il prezzo finale del prodotto finito, per renderlo ancora capace di continuare ad essere competitivo verso corrispondenti  produzioni asiatiche.

E forse il vero problema sta proprio nella ormai diffusa abitudine a non distinguere più le differenze di qualità a fronte di differenze di prezzo. Spendere meno per scarpe e scarpette, maglie e magliette, è più importante che premiare qualità e sicurezza. Ma la stessa importanza il cliente di tablet e phone più o meno smart non la attribuisce in uguale misura: sono prodotti questi per i quali lo status di omologazione che essi rappresentano supera il dilemma della spesa, che proprio perchè uguale per tutti rafforza il senso di appartenenza al possesso di quel brand.

E poco importa se quel brand viene fabbricato in tante altre Barletta asiatiche, dove altre persone, meridionali di una stessa economia che detta le stesse regole per tutti, vivono le medesime sopraffazioni e gli stessi, o forse peggiori,  rischi ambientali. Tutto si può fare e permettere in nome del brand, anche quando il device lo si acquista con il poco denaro guadagnato, e  magari  anche in nero.

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