Crisi finanziaria e compagnie di assicurazione: uno splendido isolamento.

Abbiamo appena attraversato una estate in cui gli avvitamenti delle quotazioni di borsa hanno confermato che la globalizzazione si paga con prezzi troppo alti in termini di mancato sviluppo, disequilibri sociali, instabilità politiche, leadership messe  in discussione, anoressiche prospettive di occupazione giovanile.

Frotte di economisti si sono succedute su ogni ribalta mediatica disponibile non per indicare nuovi percorsi di ripresa, ma per tracciare incerti resoconti di quanto è già accaduto, senza convincerci invece sulla realtà delle cause che lo hanno determinato. Tutti stiamo imparando a nostre spese che questa crisi dai natali tanto  recenti sembra avere davanti a sè una vita senza scadenze, capace di superare le nostre attuali aspettative di vita futura e altrettanto capace di impegnare con pesanti ipoteche di incertezza quelle dei nostri figli e nipoti.

Il nostro Paese fa ormai quotidianamente sfoggio di contraddizioni politiche, in nome delle quali si esprime con proposte di risanamento balbettanti, che come ogni balbuzie faticano ad essere comprensibili, convincenti e risolutive.

Un sistema globale che ritenevamo perfettamente governato da mercati in grado di selezionare il meglio per il bene di tutti e che invece ripudia perversamente i buoni propositi che la grande illusione che lo ha generato sembrava promettere.

Ogni settore imprenditoriale dibatte, manifesta i propri affanni, formula auspici e preoccupazioni, in altre parole continua ad esistere nella ribalta ormai traballante di una economia che di tale ha i ricordi di quanto abbiamo letto e imparato,  in tempi che sembrano sempre più appartenere a una favola mai scritta,  che tutti però  interpretiamo con le nostre quotidiane esistenze compromesse.

Ma gli assicuratori hanno invece brillato per la propria rumorosa assenza, senza mai apparire, dire e raccontare, per rassicurare e dichiarare concretamente la importante trasversalità della propria funzione,  che fa della gestione del rischio e delle situazioni di crisi la propria espressione di massima competenza.

Sembra che il mercato non appartenga più ai loro interessi, anche quando in qualche giornata di borsa particolarmente accartocciata le quotazioni di qualche importante gruppo assicurativo risultano inferiori al valore degli asset immobiliari posseduti.

Sembrano ignorare che i propri clienti sono sempre più, e in ogni altro settore, alla ricerca di possibilità di acquisto saltando intermediari e commissioni, alla ricerca di risparmio a ogni costo, anche con qualità ridotte. Sembra che non si preoccupino di spiegare come sostituiranno gli investimenti in titoli pubblici che sino a ieri avevano confortato con rendimenti rassicuranti gli impieghi in polizze vita.

Sembra che non abbiano nulla da raccomandare a tutti gli assicurati e non,  che invece dovrebbere essere convinti che oggi più che mai garantirsi correttamente casa, professione e investimenti diventa necessario e primario.

Sembra che, essendo sollevati da ogni investimento in ricerca e sviluppo, auspichino invece che le evoluzioni tecnologiche di processo già intervenute o ancora in cantiere possano da sole garantire ulteriori risparmi di costi e minore erosione dei ricavi.

Sembra che le promesse, e probabilmente mantenute, nuove possibilità di radicale flessibilità del mercato del lavoro dipendente siano una occasione ghiotta da cogliere al volo, senza dover fantasiosamente giustificare tutti gli incoraggiamenti all’esodo anticipato che le Compagnie hanno tenacemente, e da tempo,  perseguito con risultati consistenti.

Sembra che ignorino le difficoltà delle reti distributive affannate nell’autogestire una difficoltà produttiva e di incasso dei premi che non conosce ormai particolari geografie.

Sembra che proprio in nome del privilegiare il processo prendano distanze sempre maggiori dai propri clienti, ancora unici contribuenti delle loro masse premi.

Sembra che sottovalutino la crescita di truffe, nei risarcimenti e nei documenti contrattuali, che sono naturale conseguenza di ogni contrazione dei poteri di acquisto dei singoli e di sviluppo degli imprenditori.

Sembra che non siano più quei protagonisti essenziali delle nostre economie che raccontavano e raffiguravano nei convegni di lustro di qualche tempo fa.

Sembra tutto e sembra niente sino a quando non ci si esprime, se si hanno cose da dire e impegni da mantenere, per spezzare un silenzio che come ogni altro fa più rumore delle grida gridate.

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