Nessuna disparità di sesso nelle tariffe assicurative: in principio erano i numeri…

Vale la pena  leggere l’articolo pubblicato dal Corriere della Sera dal titolo “Il paradosso della parità: l’Europa aumenta le polizze per le donne “ perchè solo questo quotidiano ha sinora colto completamente le conseguenze del recente giudizio della corte europea con il quale si è data risposta a una richiesta di non discriminazione tariffaria assicurativa basata sulla differenza di sesso.

 

…omissis

12)      Per evitare la discriminazione basata sul sesso, la presente direttiva dovrebbe applicarsi sia nei confronti della discriminazione diretta che di quella indiretta. Sussiste discriminazione diretta unicamente quando, a causa del suo sesso, una persona è trattata meno favorevolmente di un’altra persona in una situazione paragonabile. Pertanto, ad esempio, le differenze tra uomini e donne nella prestazione di servizi sanitari, risultanti dalle differenze fisiche tra gli stessi, non riguardano situazioni paragonabili e non costituiscono pertanto una discriminazione.

…omissis

18)      Nella fornitura dei servizi assicurativi e altri servizi finanziari connessi si utilizzano comunemente fattori attuariali diversi a seconda del sesso. Per garantire la parità di trattamento tra uomini e donne, il fatto di tenere conto del sesso quale fattore attuariale non dovrebbe comportare differenze nei premi e nelle prestazioni individuali. Per evitare un brusco adeguamento del mercato questa norma dovrebbe applicarsi solo ai nuovi contratti stipulati dopo la data di recepimento della presente direttiva.

(19)      Talune categorie di rischi possono variare in funzione del sesso. In alcuni casi il sesso è un fattore determinante, ma non necessariamente l’unico, nella valutazione dei rischi assicurati. Per quanto concerne i contratti di assicurazione di questo tipo di rischi gli Stati membri possono decidere di autorizzare deroghe alla norma dei premi e delle prestazioni unisex, a condizione che possano garantire che i dati attuariali e statistici su cui si basa il calcolo sono affidabili, regolarmente aggiornati e a disposizione del pubblico. Sono consentite deroghe solo se la legislazione nazionale non ha già applicato la norma unisex. Cinque anni dopo il recepimento della presente direttiva gli Stati membri dovrebbero riesaminare la motivazione delle deroghe, tenendo conto dei più recenti dati attuariali e statistici e della relazione presentata dalla Commissione tre anni dopo la data di recepimento della presente direttiva».

Ho riportato solo un breve  stralcio della SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA (Grande Sezione),nel procedimento C‑236/09,avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dalla Cour constitutionnelle (Belgio) con decisione 18 giugno 2009, pervenuta in cancelleria il 29 giugno 2009, nella causa promossa dalla Association belge des Consommateurs Test-Achats ASBL, e da Yann van Vugt e Charles Basselier, nella sua versione ufficiale in lingua italiana,  e pronunciata il 1 marzo 2011.

Il fatto contiene molto di più della notizia in sè. E’ l’ennesima dimostrazione di come le assicurazioni siano, non solo nel nostro Paese,unicamente strumento, preliminare o conseguenziale, e mai il soggetto principale di avvenimenti e ragionamenti dalle implicazioni sociali ed economiche.

La notizia è rimbalzata, poco in verità, sua qualche testata nazionale e straniera,  sull’onda di quel  “discorso in rosa” che frequentemente si consuma  per rivendicare sacrosantamente una quota sempre maggiore di partecipazione delle donne, proprio nel loro protagonismo sociale e economico, all’interno di corporazioni storicamente maschili, e maschiliste, di ogni paese cosiddetto evoluto.

In questo caso si tratta del più evidente e macroscopico paradosso nell’affermare in maniera sbagliata la rivendicazione di un diritto, ottenendone in cambio un effetto contrario e penalizzante proprio per l’universo femminile,  all’interno del mondo di polizze e tariffe.

Abbiamo imparato sui nostri primi banchi di scuola che numeri e cifre non si discutono, che non sono opinabili se generati da formule e parametri rigorosamente oggettivi. Chi per professione gestisce rischi e tassi di tariffe assicurative lo ha imparato ancora meglio, affidando a valutazioni attuariali ampie platee di soggetti per ricavarne valutazioni da opporre a clienti e enti di vigilanza.

Ora, invece, in nome di una impropria rivendicazione di  uguaglianza paritaria tra i sessi, elementi oggettivi quali sono le tabelle di mortalità, la sinistrosità accertata e ogni altro attendibile parametro statistico sono contrari al principio di parità.

Come se i numeri fossero indicatori di principio, marcatori di opinioni e non il risultato pedante e accurato di rilevazioni effettuate su soggetti diversi di sesso per fatto naturale e oggettivo, e non per discriminante soggettiva.

In nome di questo paradosso le assimetrie tariffarie che hanno e avrebbero potuto premiare ancora  i profili di rischio delle donne saranno annullate: con livellamenti che penalizzeranno l’universo femminile degli assicurati e privilegeranno invece la parte maschile, con tariffazioni “maschiliste” nel rispettivo  confronto.

Lavoro aggiuntivo per attuari e compagnie, giustificazioni altrettanto aggiuntive per le tante  clienti insoddisfatte. Ma gli assicuratori di buon senso dov’erano quando è stata invocata la domanda di pronuncia pregiudiziale? ( promossa,come ricorda la cronaca, da due soggetti maschili )

Forse dipende  dalla quota rosa ancora troppo esigua anche nelle società di assicurazione.

Ancora una volta le assicurazioni usate e strumentalizzate, senza alcuna speranza di autorevolezza e dignitoso protagonismo.

L’ANIA, attraverso una intervista a Vittorio Verdone, esprime così la propria valutazione.

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