Polizze, risorse e risultati: una difficile equazione da risolvere.

Il lungo periodo di silenzio dedicato alla gestione e soluzione di ingombranti problemi personali non mi ha  impedito di osservare ed ascoltare quanto nel frattempo è successo nella nostra “assicurosfera“,  anche se il  nostro  è da sempre  un settore scarsamente prodigo di novità.

Agenti e compagnie hanno continuato a non comprendersi, o forse a non comunicare senza reciproci pregiudizi.

Le due principali associazioni faticano ostinatamente a coniugare, e con scarsi risultati, una federazione più dissociativa che aggregante, non comprendendo ancora che soltanto una altrettanto reciproca confluenza in una rappresentanza unica e nuova può offrire ragionevoli possibilità di interlocuzione efficace con le compagnie.

Compagnie che dal loro versante cominciano a fare i conti con risultati bisognosi di nuove risorse finanziare, per poter offrire le passate soddisfazioni ai propri azionisti.

Sinistri in aumento  e raccolta premi danni in calo  sono per molte le ovvie premesse di provvedimenti correttivi necessari. E allora leggiamo di difficoltà nelle trattative di rinnovo del contratto collettivo nazionale dei dipendenti, dovute in parte anche alle divergenze sulle nuove attribuzioni professionali da affidare ai dipendenti inquadrati nella normativa dei call center.

Nei quali le attività di outbond sono ormai dedicate a una promozione talmente attiva da diventare una forza commerciale non complementare, bensì alternativa alle reti agenziali tradizionali. E questo contribuisce a inasprire preventivamente i futuri copioni di trattative tra agenti e compagnie.

In una delle compagnie del nostro primo gruppo italiano emergono resistenze nei confronti dei quasi 3000 dipendenti, precedentemente inquadrati nella struttura distributiva agenziale diretta dedicata al solo ramo vita, per i quali l’azienda non favorirebbe l’ingresso nell’attuale CCNL dei dipendenti delle compagnie di assicurazione.

Come già successo nel settore automobilistico anche nell’assicurativo si tenterebbe di negoziare accordi collettivi separati, scompaginando quindi una tradizione rapportuale che tutti pensavano consolidata e inscalfibile.

Agenti e dipendenti sono ormai inseriti in programmi di ridimensionamento strutturale che soddisfano l’imperativo della riduzione dei costi, e con ogni mezzo.

Revoche dispensate con pretestuosità di rendimento e geografia, licenziamenti irrorati per cancellazione di ruoli e uffici, che turbano esistenze personali e familiari senza alcuna possibilità di replica o alternativa diversa dalla soccombente accettazione.

Sono stato personalmente testimone di un quanto mai discutbile e mortificante licenziamento, comminato a un dipendente di uno dei primi cinque gruppi operanti in Italia.  Il quale, malgrado i suoi  trent’anni di anzianità,  si è visto recapitare la lettera di risoluzione del proprio rapporto di lavoro unicamente  per  non aver espresso, perchè al momento in malattia,  la  “volontà di non essere licenziato”, accettando il trasferimento da Roma a Milano conseguente alla soppressione della filiale di appartenenza.

Spirali pericolose di esercizi di potere al limite della intimidazione,  con l’unico scopo di ridurre costi e unità impiegate.

Vendere polizze  significa sempre più distribuzione di massa, allo sportello, con banche, poste, mutui, internet, …e meno professionisti a disposizione della clientela.

Sinistri e pagamenti di premio non sono più occasioni di contatto con i clienti, call center e internet sono i nuovi canali multimodali alternativi, per indirizzare problemi e ricevere soluzioni, senza il fastidio di un colloquio pesonale per aggiornare con competenza bisogni e coperture.

Un quadro di relazioni industriali da un lato aggravato dalla crisi che stenta ancora a trovare segnali di soluzione e dall’altro ispirato al principio che processi e prodotti possono trovare uno sbocco distributivo spersonalizzato via via meno oneroso, in un’ottica di prezzo che trascura sempre più servizio e qualità.

Per fare questo servono mani forti, autoritarie e impietose, come promette anche la recente scelta  del futuro responsabile del mercato nazionale della nostra prima compagnia, per ordinare numeri e persone nel nome di profitti e risultati. E allora si appiattiscono  talenti e senso di appartenenza, incoraggiando invece obbedienza e omologazione, nell’adeguarsi a nuove regole che rendono brevi e precarie le vite aziendali di intermediari e dipendenti.

E’ negli occhi di tutti la diffusa e stratificata condizione di scontentezza e insoddisfazione, con un futuro che nessuno immagina più in  misura diversa dal quotidiano. Con un presente nel quale riconoscere le persone e la loro dignità diventa un difettoso esercizio di romanticismo aziendale, da censurare e sradicare.

Poco male! Sono le tavolette elettroniche di ogni tipo, smartphone, internet devices,  e ogni forma di social network affermato, i  totem dove si consumano i nuovi riti delle aziende. Sino a quando qualcuno di buonsenso non stacccherà ogni tanto la spina, per riprendere l’uso della parola e del dialogo competente, per ricondurre i totem all’unica condizione ragionevole: quella di strumenti necessari a uno sviluppo umanamente compatibile, dove esperienza, buonsenso e rispetto siano ancora valori di cui essere orgogliosi. 

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